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martedì 16 luglio 2013

Storia di un piccolo bambino insonne

Questo post nasce come un flusso di ricordi e di considerazione su ciò che è stato, ormai tanto tempo fa, e che ora non è più e non potrà mai più essere.
C'era una volta un bambino insonne che passava le sue notti a interpretare ciò che sarebbe voluto essere, una creatura del folklore che viveva in una realtà sufficientemente lontana da quella realtà troppo stretta che era quella del bambino insonne.
Tuttavia questi due mondi, queste due realtà (quella lontana e quella reale), di tanto in tanto si intrecciavano, si sfioravano, incuneandosi l'una nell'altra, e questo piccolo bambino insonne finì dentro a questa rete di legami tra finto e vero, tra realtà e illusione.
Questo bambino insonne arrivò addirittura ad innamorarsi, dice ora, del proprietario di questa terra ibrida; colui che con magiche parole, semplici frasi, lo graffiava nel profondo lasciandolo completamente nudo. Queste parole erano racchiuse in lunghi post, in sezioni specifiche poste lungo le colonne della pagina che il piccolo bambino insonne leggeva e viveva come chiave di accesso a un nuovo mondo, un mondo di sogni dove esistevano solo lui e il giovane lupo e dove vivevano la più dolce, tormentata, passionale, sofferente storia d'amore che sia mai stata inventata, almeno secondo il punto di vista del bambino. È così che il piccolo insonne visse la sua prima vera storia d'amore, un amore che non esisteva ma che era forte, così forte da farglielo percepire tra le dita, farglielo stringere assieme al dolore che l'essere solo comportava, da farlo commuovere senza motivo apparente durante una gita scolastica. Perché forse, in cuor suo, il bambino insonne aveva capito che quel giovane lupo, il proprietario di quella terra a metà tra la realtà e l'illusione, era simile a lui. Schiavo anch'egli di ciò che doveva essere, il bambino anelava perennemete a ciò che invece avrebbe voluto davvero essere, ma che non riusciva a confessarsi, nemmeno quando era solo e si svestiva di tutto ciò che era, per rimanere nudo sotto la luna.


martedì 30 aprile 2013

Mia madre non lo deve sapere, non lo deve sapere.

C'è stato un qualcosa su cui mia madre è sempre stata intransigente: piercing e tatuaggi.
Permise a mio fratello (ai tempi metallaro) di farsi crescere i capelli pur di non fargli mettere alcun piercing; sempre a mio fratello fece una scenata quando lo sciagurato si presentò a casa un orecchino finto all'orecchio e la scenata la fece anche a me quando le chiesi se potevo bucarmi l'orecchio all'età di 13 anni (più o meno).
Viene da sè che per me tatuaggi e piercing siano sempre stati off-limits, nonostante, specialmente nei confronti dei piercing, abbia sempre nutrito una sorta di ammirazione/timore reverenziale nato dai rischi che il piercing comporta: infezioni, danni vari e tutte quelle cose che fanno tanta paura e sulle quali mia madre si è sempre soffermata.
Tuttavia io non sono mio fratello e me ne sono andato via di casa a un'età in cui i colpi di testa sono ancora possibili e forse giustificabili, soprattutto da parte di mio padre sul quale ripongo tutte le mie speranze.
Fatto sta che ieri sono andato a farmi bucare la lingua, l'esperienza la riassumerò con un breve elenco puntato così da risolvere la questione in poco tempo.

  • Ansia a mille prima di entrare nello studio (nel quale mi hanno fatto controllare l'integrità delle attrezzature utilizzate).
  • Il foro non ha fatto per niente male, si è risolto tutto nel giro di 5 secondi e io mi sono trovato con il mio fantastico piercing in bocca.
  • Il dopo foro non è il massimo: la lingua è indolenzita e basta che la sforzi un attimo e fa maluccio, ma nulla di terribile o insostenibile, si sopravvive anche a questo.
  • Non mi trovo per nulla pentito della scelta, appena ho uno specchio disponibile tiro fuori la lingua per vedere il piercing.
  • La cura non chiede grossi sacrifici ma è fondamentale e un po' di paranoie forse non fanno nemmeno male; meglio prevenire che curare.
 Questa è la mia esperienza, ora bisogna solo vedere se mia madre se ne accorgerà oppure no, mi preoccuperò di riportare qui sul blog una sua possibile scenata con dovizia di particolari.



Ecco qui la mia lingua a zampogna e il mio piercing nuovo nuovo



P.s. Lo so, è più di un anno che non scrivo sul blog, tuttavia ho deciso di far finta di niente e iniziare nuovamente come se nulla fosse, spero di essere un po' più costante...spero.

lunedì 14 maggio 2012

Milano

Ne ho parlato con i miei, ne ho parlato con mia sorella, ne ho parlato con molti; perché Milano, forse, è una delle mie più grandi passioni.
Milano è una città complessa, è un'amante capricciosa, che ti chiama e ti ama solo quando lo decide lei, che ti disprezza, ma della quale una volta che la conosci non riesci a fare a meno.
Milano è la sequestratratrice nei confronti della quale nutri i sentimenti di affetto tipici della Sindrome di Stoccolma, ti rapisce, ti maltratta, la maledici ogni giorno e speri di poter scappare via da lei il prima possibile, anche se poi non vedi l'ora di tornarci.
Milano ti offre qualsiasi cosa, tuttavia così come ti offre le cose positive ti offre anche quelle negative.
Milano non cerca di indorarti la pillola, non è come il medico che ti cosparge i bordi della coppa di farmaco con il miele; perché Milano è fatta così, non ha bisogno di te, o la ami o la odi e spesso, anche se la odi, avrai comunque bisogno di lei.
Milano è una città a cui devi necessariamente venderti: non puoi vivere Milano, ma è lei che vive te, facendo leva sulla tua preoccupazione di non farcela, di non reggere, e che paradossalmente è proprio ciò che ti da la spinta ad andare avanti, a non arrenderti, a combattere una città molto più grande di te, pronta a schiacciarti e a soffocarti come fa con chiunque.
Io amo Milano, è una città che impari ad amare davvero con il tempo, scavando all'interno dei suoi piccoli segreti, dandole il tempo necessario e mandando giù alcuni rospi.
Io amo Milano perché amo osservare la gente e Milano di gente da osservare me ne dà davvero molta.
È una città ricca. Al di là dell'aspetto economico, Milano è una città ricca di vita, di storie che si intrecciano l'una all'altra.
Non mi vergogno a dire che mi piacerebbe in un futuro continuare a vivere qui, anche a costo di sacrificare parte di me stesso, perché Milano, purtroppo, è anche questo.

martedì 17 aprile 2012

Questo è il Karma.

Rajesh: "...Hai mandato a puttane il tuo Karma."
Sheldon: "Non crederai sul serio a quel tipo di superstizioni, vero?"
Rajesh: "Non è superstizione, praticamente è un concetto newtoniano: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria."
(The Big Bang Theory)

Il Karma è un concetto filosofico sul quale mi è sempre piaciuto giocare, da profano e da persona che in fondo non ci crede neppure poi così tanto in queste cose, o alle quali non da poi così tanto peso.
Un'altra cosa sulla quale mi piace molto giocare è la burla, purtroppo non burle molto articolate, sarei troppo pigro per stare dietro a un qualcosa di troppo complesso, scherzi molto più semplici, che consistono la maggior parte delle volte nel far credere alla gente cose non vere allo scopo di divertirmi (Sì, sono un bugiardo patentato; anche se lo faccio per lo più per smuovere situazioni altrimenti noiose).
Evidentemente avevo un conto in sospeso con questa fantomatica manifestazione dell'equilibrio universale, oppure è semplicemente il luogo dove vivono i miei genitori che mi porta una sfiga nera.

Ero a casa dei miei genitori, dovevo tornare a Milano per il fine settimana in vista di un compleanno sabato e una serata al Borgo (ironia della sorte chiamato anche Karma) domenica. Avevo architettato per la mia amica che festeggiava il compleanno un piccolo scherzo: dire che non sarei riuscito a salire (inventandomi una scusa qualunque), per farle poi una sorpresa la sera in cui avrebbe festeggiato i suoi 22 anni e presentarmi alla sua festa.
Avevo preparato tutto, biglietto, valigia e borsa, tuttavia solamente una cosa mi poteva bloccare, una appendicite che si è manifestata in tutto il suo dolore il giorno prima di partire. Sono stato ricoverato in ospedale e solo ora, a distanza di una settimana, posso forse dire di aver scampato un'operazione chirurgica le cui conseguenze sarebbero durate forse più a lungo.

Morale della favola: continuerò a dirmi che il Karma in realtà non esiste, tuttavia, eviterò di giocarci così pesantemente assieme, a meno che non si stia parlando ovviamente del Karma di Milano.

giovedì 8 marzo 2012

Prima settimana di corsi

Non mi credevo il tipo di blogger che parla della sua vita di ogni giorno sul blog, che prende uno spazio su internet per raccontare i fattacci propri. Tuttavia, in quinta superiore, non credevo nemmeno di essere il tipo di individuo che intraprende studi di psicologia... e invece.

I corsi in Bicocca sono iniziati da due settimane ormai, almeno per la maggior parte degli studenti. Noi della facoltà di psicologia però abbiamo un onore da cazzoni da difendere, infatti questa è stata la prima settimana per me.
Pochi corsi questo semestre, avendo già dato abbastanza, a quanto sembra, il semestre scorso, tra corsi in più e laboratori. Inizio questo semestre con due esami lasciati indietro: uno deliberatamente (con la speranza di recuperarlo durante la sessione estiva) e l'altro a causa di una serie di sfortunati eventi.
Come dicevo, pochi corsi, solamente 3, giusto per dare adito a quelle voci che dicono che io in realtà studi "fuffologia applicata al cazzeggio".
Psicolinguistica: credo che questo corso confermerà l'idea che ho iniziato a maturare già dal secondo semestre dello scorso anno, ovvero che io e la linguistica (soprattutto quella generativa) abbiamo veramente poco da spartire, nonostante la docente sia convinta di avere di fronte a sè una classe piena di aspiranti linguisti.
Psicologia della comunicazione: il docente mi ricorda mio padre, credo che studierò per una sorta di senso di dovere e rispetto traslato. Il corso non sembra male, si leggono articoli di giornale, veniamo invitati a vedere film (per essere specifici "The Artist" e "Hugo Cabret") e si parla di tante altre cose (detta così sembra davvero un corso di "fuffologia applicata al cazzeggio").
Psicologia dell'arte: questo è il corso che spero mi darà più soddisfazioni. Per ora abbiamo solamente fatto una full immersion di storia dell'arte contemporanea ( il che già mi esalta) per poter poi affrontare il corso pronti e informati su ciò di cui si parlerà. E' prevista la visita a un museo d'arte: il museo della bicocca, non è il MoMA, però a volte è necessario accontentarsi. Inoltre il docente, un tipo pacioso, tondeggiante e con un sorriso stampato in volto, ci da dei compiti a casa, delle domande a cui rispondere per poter avere un qualche vantaggio all'esame. Ci ha già fatto tre domande:
1) Cos'è l'arte per voi? (post in elaborazione)
2) Se fate arte, perché la fate? (non mi ritengo un artista, quindi inutile rispondere)
3) Fatemi l'esempio di qualcosa che cosiderate arte, ma che è oggettivamente brutto. (mi domando se qualcosa di Nicki Minaj valga come esempio.)

mercoledì 29 febbraio 2012

Storie di Ordinaria Follia

"Storie di Ordinaria Follia"
Erezioni Eiaculazioni Esibizioni
Charles Bukowski
1972

Ho comprato questo libro con diffidenza, con poche aspettative, visto il mio atteggiamento nei confronti di un autore che, purtroppo, una schiera di ragazzine esaltate mi ha portato a guardare con sospetto. Tuttavia, non volevo che pregiudizi, nati esclusivamente su un social network, rischiassero di precludermi la possibilità di scoprire un autore che magari avrei anche potuto apprezzare.
Purtroppo questo primo contatto con Bukowski non è stato dei migliori, non sono riuscito ad apprezzare la sua, a parer mio, eccessiva concretezza, alla quale forse non sono ancora pronto. Non sono nemmeno riuscito ad apprezzare (qui però la colpa è del traduttore probabilmente), espressioni palesemente dialettali, che trasformano, in alcuni frammenti, l'autore in un cafone romano uscito dal peggiore quartiere della periferia della capitale.
Sono tuttavia dell'idea (o almeno ho la speranza) che leggere un libro non sia MAI uno spreco di tempo e Bukowski in questa sua autobiografia a puntate mi ha comunque insegnato qualcosa o almeno dato lo spunto per un esperienza che ho intenzione di provare. (Questo ultimo pezzo sembra quasi voler dire: "Mi ha fatto schifo, ma siccome sarebbe brutto dirlo, metto una toppa per non passare da ragazzino snob che si arroga il diritto di poter stroncare un libro.")
Charles Bukowski è fondamentalmente un ubriacone, un giocatore d'azzardo e un vagabondo, uno che passa le giornate a girovagare per Los Angeles o per chissà quale città nella quale le sue gambe lo hanno portato. Siccome non intendo rovinarmi il fegato con l'alcol e non sono sufficientemente audace da giocare d'azzardo, ho deciso di dedicare una giornata al vagabondaggio. Partire una mattina, non stabilisco una data perché non credo che poi lo farei, e girovagare per Milano, senza meta, senza un obbiettivo, a piedi, e vedere dove le mie giovani gambe mi portano. A testimonianza di questo ci saranno delle foto, scorci di Milano che non ho mai visto e che colpiranno la mia attenzione.